
Il noto giornalista analizza a Radio Sportiva i malumori dei tifosi nerazzurri e il momento degli esterni: «Dimostrare tutto e subito non è facile, servono tempo e rispetto»
Marco Bucciantini è intervenuto ai microfoni di Radio Sportiva per analizzare le dinamiche della corsia di destra dell’Inter, rispondendo alle riflessioni dei tifosi sul rendimento degli esterni e sul parallelo con il passato. Il giornalista si è espresso in maniera approfondita sul momento vissuto dalla squadra di Cristian Chivu, focalizzandosi sull’inserimento di Djed Spence e sulle difficoltà di trovare stabilità sulla fascia.
L’analisi di Bucciantini sul mondo dei giudizi e la parabola degli esterni
Il dibattito è partito da un parallelismo storico che ha coinvolto nel corso degli anni i vari interpreti della fascia destra nerazzurra. Marco Bucciantini ha esordito allargando la riflessione sul clima generale:
«Non possiamo pretendere equilibrio in un mondo squilibrato, non è che ci manca equilibrio nei giudizi, ci manca equilibrio nel vivere, nello stare nel mondo. Siamo squilibrati dentro, non è il giudizio squilibrato, siamo ormai noi. Il mondo probabilmente si sta squilibrando in modo irreparabile. Ci vuole rispetto. Andava rispettato Achraf Hakimi, Antonio Conte lo diceva, non lo trovo pronto. Curiosamente in Italia un esterno per cui sembra difficile fargli fare il quinto di centrocampo, come se fosse un lusso, poi va in una squadra piena di concetti e di talento e fa il due, nemmeno il quinto, fai il quarto di difesa, perché poi ormai le squadre si fanno anche così. Denzel Dumfries è un giocatore con delle caratteristiche magari un po’ debole nella conduzione, un po’ debole nel palleggio, però un giocatore straordinario sul secondo palo, un attaccante, un giocatore che dava molti centimetri anche alla fase difensiva.»
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Il ruolo di Spence, i meccanismi dell’Inter e la disarmonia sulla fascia
Entrando nel merito del presente e dell’impatto del nuovo arrivato, il giornalista ha evidenziato le difficoltà di ambientamento in un collettivo così collaudato:
«Djed Spence secondo me è un giocatore forte, almeno buono, che va messo in condizione fisica e poi va messo dentro una squadra dove quel ruolo lì non è un ruolo. Allora nell’Inter avete fatto caso quanta fatica i titolari: a volte ci mettono un anno a diventare titolari, quelli di due anni fa sono diventati titolari un anno dopo, quelli dell’anno scorso giocano un po’ di più adesso. È una squadra così tecnica, così solidale fra sé, che gioca insieme da tanto tempo e che ha un gioco molto fluido ma anche molto difficile. Movimenti codificati ma anche di qualità nel mettere la palla in questi posti. Non è facilissimo arrivare a giocare nell’Inter anche se si è forti e c’è bisogno come il pane di Djed Spence perché l’Inter in questo momento è una squadra che è un po’ disarmonica, e un po’ pende tutto da una parte del campo.»
La disamina si è poi spostata sugli equilibri tattici attuali della formazione nerazzurra:
«Non è un caso che Henrikh Mkhitaryan di là stia facendo grandi partite perché di là la fascia va a memoria, di qua la fascia con Nicolò Barella fa un po’ più fatica perché non va a memoria, perché intanto non è solida nemmeno la scelta del braccetto ed è cambiato tre volte nelle ultime dieci partite anche l’esterno, quindi c’è bisogno che Djed Spence cresca, diventi titolare. E facciamolo crescere rispettando una carriera di un giocatore che mentre noi guardavamo il Mondiale lui tre mesi fa lo giocava, lui lo giocava, noi lo guardavamo».