
Il centrocampista nerazzurro Diouf racconta la sua crescita all’Inter, la fiducia ricevuta da Chivu e il nuovo ruolo da esterno destro. Spazio anche al debutto con la Francia di Zidane e alle emozioni in vista del derby contro il Milan
Un’intervista a tutto campo per Andy Diouf, tra la crescita con la maglia dell’Inter e la prima esperienza con la nazionale francese. Il centrocampista nerazzurro ha raccontato la sua stagione, iniziata con un ruolo inedito sulla fascia destra grazie alla fiducia di Cristian Chivu, e le emozioni legate alla prima convocazione con la Francia. Anche in Nazionale, del resto, si è ritrovato a ricoprire una posizione tutta nuova per lui: quella di terzino sinistro, scelta da Zinedine Zidane.
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– Se dodici mesi fa ti avessero anticipato che oggi saresti stato un titolare dell’Inter come esterno a tutta fascia e che avresti conquistato la convocazione nella nazionale francese, ci avresti creduto?
«No, onestamente non ci avrei creduto. Nel calcio le cose cambiano molto velocemente».
– A settembre è arrivata la tua prima chiamata con la Francia, entrando nella lista di Zidane. Avevi avuto qualche anticipazione o qualcuno ti aveva avvisato della possibilità di essere convocato?
«Avevamo la partita contro la Roma ed eravamo in aereo quando sono arrivate le convocazioni. Me lo hanno fatto vedere i compagni quando siamo atterrati. Mi ha fatto i complimenti. È stato bello scoprirlo in questo modo».
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– Come si è svolto il primo incontro con Zidane e quali sono state le sue parole nei tuoi confronti?
«Innanzitutto, ero molto emozionato. Avere Zidane come allenatore è qualcosa di speciale. Per qualsiasi giocatore rappresenta qualcosa di importante. Le sue parole sono state semplici: era contento di vedermi lì e mi ha detto che adesso dovevo mostrare le mie qualità e farmi trovare pronto senza pressione».
– Hai sottolineato quanto sia speciale avere Zidane come allenatore. Essendo nato nel 2003, però, non hai avuto modo di seguirlo dal vivo durante la sua carriera da calciatore?
«No, non l’ho mai visto giocare in diretta, ma ovviamente abbiamo tutti youtube e abbiamo visto le partite».
– Zidane aveva manifestato fin dalla prima conferenza stampa l’intenzione di schierarti sulla corsia mancina. Quando avete iniziato a parlare concretamente di tattica e di questo nuovo impiego?
«Molto presto. Durante il primo o il secondo allenamento mi ha detto che all’Inter vedeva cose positive da parte mia sulla fascia destra, ma che avrebbe voluto provare a vedermi sulla sinistra con la nazionale francese. È successo tutto molto rapidamente».
– Come ti sei trovato nei primi giorni all’interno dello spogliatoio della Francia? Il fatto di conoscere già alcuni compagni ti ha aiutato?
«Questo sicuramente aiuta. Ci sono tanti ragazzi della mia generazione e conosco già diversi giocatori. Ci alleniamo continuamente e ci sono anche ragazzi che avevo incontrato nelle selezioni giovanili e nell’Under 21 e nel Rennes. Anche questo aiuta».
– Con quali compagni hai legato maggiormente in nazionale?
«Ne ho tanti. Ci sono Camavinga, Désiré, Jérémy Jacquet, Manu Koné e tanti altri».
– Anche tu hai dovuto affrontare il tradizionale rito di iniziazione riservato ai nuovi arrivati in Nazionale. Come è andata?
«Sì! Tra l’altro il video non è ancora uscito. Peccato, perché sono stato bravo. Ho cantato Ninho, di Fendi. Non voglio dire di aver vinto ma sono stato bravo».
– Quali sensazioni ti hanno lasciato le due partite giocate dalla Francia contro il Belgio?
«È un’esperienza che ti permette di imparare cosa significhi giocare a livello internazionale. Il ritmo è più alto, bisogna essere sempre concentrati. Ne ricavo impressioni positive».
– Dopo aver indossato per la prima volta la maglia della Francia, sei tornato a Milano con una consapevolezza diversa o ti senti lo stesso giocatore di prima?
«No. Naturalmente è uno status diverso e ti dà maggiore fiducia. Direi proprio che si tratta di una questione di fiducia: ti viene voglia di fare ancora di più, per conquistare un ruolo più importante nel club anche per continuare a essere convocato in nazionale».
– Quando hai iniziato a lavorare nuovamente da esterno a tutta fascia negli allenamenti, hai raccontato questa novità ai tuoi familiari e agli amici più stretti? Qual è stata la loro reazione?
«Certamente, ne ho parlato con i miei amici e con le persone a me vicine. Anche loro erano sorpresi di vedermi iniziare a giocare e di ritrovarmi in quella posizione. Sono molto contento di poter esprimere le mie qualità in campo: è la cosa più importante».
– Al Lens avevi chiuso la stagione realizzando 10 gol e giocando nei tre ruoli offensivi alle spalle della punta. Adesso, invece, ti vediamo stabilmente sulla fascia. Ti era mai capitato di ricoprire questa posizione, magari durante il settore giovanile?
«No, non avevo mai giocato sulla fascia. È vero, però, che ho giocato in diversi ruoli a centrocampo e ho giocato sia da mediano, che anche da attaccante al Lens. Non mi faccio troppi problemi, so di avere le qualità per giocare in fascia e provo a dimostrarlo ogni fine settimana».
– La tua prima partita da titolare con l’Inter è arrivata lo scorso dicembre, proprio da esterno a tutta fascia. Come hai preparato quella gara? Chivu ti ha seguito da vicino durante la settimana, fornendoti indicazioni specifiche?
«È vero che, trattandosi di una posizione nuova per me, l’allenatore mi aveva dato parecchi consigli e me li dà sempre».
– Come ti aveva illustrato Chivu la decisione di schierarti in un ruolo che fino a quel momento non avevi mai interpretato?
«Era il ruolo nel quale potevo avere spazio e la possibilità di esprimermi. Ricordo che avevo fatto un buon ingresso nel derby contro il Milan, proprio in quella posizione e questo mi ha dato fiducia. Avevo mostrato cose positive e quindi sono stato utilizzato sulla destra».
– Essendo mancino, come hai affrontato il passaggio sulla corsia destra e quali vantaggi riesci a ricavare da questa caratteristica?
«A dire la verità, è anche un punto di forza, perché penso che per gli avversari sia difficile difendere contro un giocatore con queste caratteristiche. Giocare a destra da mancino mi offre parecchie soluzioni. Posso accentrarmi, dialogare con i compagni, calciare in porta, andare sul fondo e crossare. Cerco quindi di adattarmi e di mostrare le mie qualità».
– Per un giocatore mancino che viene impiegato a destra, però, ci possono essere anche alcune difficoltà tecniche e di posizionamento. Come cerchi di superarle?
«In questa situazione, contro il Napoli, sono un po’ più basso, quindi devo essere io ad aprirmi più velocemente per mettermi con il corpo rivolto verso il gioco. Quando invece mi trovo più in alto, penso che essere mancino rappresenti un vantaggio. È vero che in questa posizione può essere un po’ più complicato, ma devo essere io a fare uno sforzo in più, leggere la situazione e venire incontro prima, così da avere più tempo a disposizione. Mi sento sempre più a mio agio in questa posizione perché è ormai da un po’ di tempo che ci lavoro quotidianamente. Durante gli allenamenti mi ritrovo spesso in questa situazione e questo mi aiuta ad acquisire maggiori riferimenti. Quando abbiamo il pallone, mi ritrovo in una posizione simile a quella di un’ala ed è più facile affrontare gli uno contro uno essendo mancino sulla fascia destra».
– Abbiamo analizzato le tue possibilità offensive, ma contro l’Udinese abbiamo visto anche situazioni in cui sei chiamato a utilizzare il piede destro. Quando ti trovi molto largo, quasi da terzino destro, quanto ti viene naturale attaccare l’area e cercare la giocata decisiva?
«Trovarsi nella posizione giusta per poi magari servire un assist e segnare. Quando resto più largo posso anche attaccare la profondità se ho spazio e diventare decisivo per la squadra».
«È vero che quando mi trovo più largo posso anche attaccare la profondità, se ho spazio, e diventare decisivo per la squadra».
– Naturalmente, per riuscire a essere incisivo è importante anche il lavoro degli attaccanti e la loro capacità di leggere i tuoi cross. Pensiamo a Marcus e Yoann, che proprio in questo momento stanno passando davanti alla porta durante l’intervista (ndr).
«Certamente, ma so che se metto la palla a punto giusto poi loro sapranno cosa fare».
– Bielsa sosteneva che un centrocampista completo dovesse saper interpretare tutti e tre i ruoli della mediana. Tu sei un centrocampista naturale, ma all’Inter giochi da esterno destro e in Francia hai fatto anche il terzino sinistro. Quali aspetti del tuo gioco sono migliorati grazie a questi nuovi compiti?
«Ho migliorato tantissime cose. E considero tutto questo in maniera positiva. Penso che magari alcune cose che mi mancavano quando giocavo a centrocampo e sulle quali dovevo lavorare, oggi possa migliorarle proprio grazie a queste nuove posizioni. Prima ero un centrocampista più offensivo, un giocatore portato soprattutto ad attaccare. Avevo ancora ampi margini di miglioramento sotto l’aspetto difensivo. Ora giocando in posizioni difensive posso migliorare anche in questo. Con la palla posso mettere in mostra le mie qualità tecniche. Mi piace ad esempio creare occasioni quando gioco in fascia. A volte tocca a me inventare qualcosa. Mentre a centrocampo ho meno spazio per farlo».
– Ti trovi bene in questa nuova veste tattica oppure preferiresti tornare a giocare in una posizione più centrale?
«Certo, perché amo i calcio. Ho bisogno di stare in campo con i miei compagni e divertirmi. Per me il piacere è proprio stare in campo».
– Il tuo arrivo all’Inter non è stato semplice. In Francia eri considerato uno dei giovani più interessanti del campionato, mentre in Italia hai dovuto affrontare un periodo iniziale complicato. Come valuti oggi la tua prima stagione in nerazzurro e quali sono state le principali difficoltà?
«Semplicemente perché si tratta di una competizione diversa, di un campionato, di una cultura e di una lingua differenti. Ci sono tanti aspetti che magari non si vedono dall’esterno. Anche io sono arrivato in un periodo particolare, verso la fine del mercato. Non ho avuto modo di fare la preparazione estiva. Credo di aver firmato con l’Inter e, appena due giorni dopo, ero già in campo. Non avevo ancora i giusti riferimenti. Per questo le prime apparizioni sono state un po’ complicate. Ma bisogna mantenere la calma, non perdere fiducia. Sono le cose più importanti».
– Il passaggio dalla Ligue 1 a un altro campionato europeo comporta spesso un cambiamento importante nelle abitudini quotidiane e nei metodi di lavoro. Anche tu hai dovuto adattarti a una realtà più esigente rispetto a quella a cui eri abituato in Francia?
«Sì, è vero, si tratta di un lavoro diverso. Ci sono cose che non ero necessariamente abituato a fare. Ma è positivo, diciamo, uscire dalla propria zona di comfort. Questo ci spinge ad andare oltre i nostri limiti».
– Hai citato anche la lingua tra gli ostacoli iniziali. A questo punto della tua esperienza riesci a parlare italiano?
«Sì, capisco l’italiano. Quando faccio le interviste, mi parlano in italiano. Per rispondere, però, ho bisogno di un po’ più di tempo. A volte rispondo in inglese, altre in francese».
– Nel tuo percorso hai avuto la possibilità di lavorare con allenatori del calibro di Alexander Frei, Thierry Henry, Cristian Chivu e Zinedine Zidane. Quanto conta, nello spogliatoio, avere davanti tecnici che hanno vissuto da protagonisti il calcio ad altissimi livelli?
«Certamente, certamente. Per me cambia molte cose. Come hai detto, ho avuto la fortuna di essere allenato da grandi giocatori, che hanno avuto carriere straordinarie. Credo che quando ci trasmettono dei messaggi, noi ascoltiamo sempre il nostro allenatore, ma quando lui stesso ha dimostrato determinate cose sul campo, quando ha fatto qualcosa che tutti hanno visto e che tutti rispettano, il messaggio forse arriva anche più facilmente. Faccio un esempio semplice: quando lavoriamo sulle conclusioni in allenamento e c’è Zidane, se può partecipare anche lui, è sicuramente qualcosa in più».
– Ti è mai capitato di segnare dopo un cross o un assist di Zidane?
«Fa effetto vederlo all’opera».
– Quali emozioni provi ogni volta che scendi in campo a San Siro con la maglia dell’Inter?
«È incredibile, davvero incredibile. È vero che le prime partite richiedono un po’ di tempo per abituarsi. Sembra tutto enorme. È tutto diverso. È così. Ogni volta che ho la possibilità di scendere in campo, cerco di godermi tutto al massimo. Perché giocare in queste condizioni è un sogno. Un sogno che avevo da bambino».
– Tra pochi giorni ci sarà il derby contro il Milan, una sfida molto attesa non soltanto in Italia ma anche a livello europeo. Nella passata stagione, però, non siete riusciti a vincere nessuno dei due confronti. Quanto conta riuscire a invertire questa tendenza?
«Sì, è vero, non ho ancora vinto un derby da quando sono arrivato a Milano. La cosa più importante è vincere. È una partita che rappresenta qualcosa di molto importante per i nostri tifosi. È importante per loro e noi ci teniamo a fare le cose per bene».
– Qual è l’augurio che ti fai per il futuro, sia con l’Inter sia con la nazionale francese?
«Innanzitutto di avere la salute, poi di continuare a fare bene per raggiungere gli obiettivi, sia collettivi sia individuali».