Antonio Conte parla dell'Inter e del suo futuro: le parole
Hanno Detto

Conte a ruota libera: «Al Napoli due anni fantastici, ma l’Inter meritava lo scudetto. Il mio futuro? Voglio un grande club da far brillare di nuovo»

Antonio Conte, ex tecnico azzurro, riflette sulla passata stagione e analizza le differenze tra la Serie A e il calcio inglese: ecco le sue parole

In un’intervista rilasciata ai microfoni di The Athletic, l’ex allenatore del Napoli ha tracciato un bilancio del passato campionato, soffermandosi sul successo finale dei nerazzurri e sulla sua inesauribile fame di vittorie. Ecco, di seguito, tutte le sue parole.

SULLA SUA FAME DI VITTORIE – «Ho vinto tanto, ma ho perso tanto. Tanto. E quando perdi… e questa è una cosa che voglio che i miei giocatori capiscano davvero, perché ci sono passato anch’io… se perdi una finale dei Mondiali o una finale di Champions e poi vai in vacanza, potresti pensare che ci sarà una prossima occasione. Ma non sempre c’è. Questa è l’occasione. Per questo il lavoro duro è importante. Vincere non è facile: ci vuole fatica. Alcune persone pensano che il successo cada semplicemente dal cielo e finisca in grembo. Invece devi andare là fuori e conquistartelo. Stare seduti a parlarne non lo farà accadere».

SULLA PREMIER LEAGUE VINTA CON IL CHELSEA – «Quello fu un titolo di Premier che vincemmo da outsider. Non avevamo fatto grandi acquisti. Prendemmo David Luiz, Marcos Alonso e N’Golo Kanté: il club mi chiese dieci volte se fossi sicuro di lui. Non era il classico giocatore del Chelsea: alto e bello. Era il tipo di ragazzo che, quando lo vedevi, pensavi… beh, quando lo vidi per la prima volta, anch’io ebbi qualche dubbio sulla sua fisicità, ma ero convintissimo che fosse un top player».

SUL PASSAGGIO AL TOTTENHAM – «Sono andato al Tottenham con l’ambizione di cambiare un po’ le cose. Anche perché c’era Paratici. Quando sono arrivato erano noni. Abbiamo chiuso quarti, superando l’Arsenal. Ricordo che non stavamo vincendo o avevamo pareggiato una partita e mandai un messaggio all’allora presidente Daniel Levy. Mi rispose: “Non preoccuparti, vinceremo la prossima”. Era un messaggio di sostegno. Ma per me diceva tantissimo. Continuavo a dirgli: “Ma cosa…?”. Gli dicevo: “Guarda!” La cosa che mi faceva impazzire era sentire le persone intorno a me dire: “Il Tottenham non vincerà mai niente”. Che sono perdenti. Venivano presi in giro. Vengono ancora presi in giro. Anche oggi. L’Arsenal ha perso 3-0 contro il Brighton nell’ultima partita prima di questa pausa per le nazionali e loro scherzavano: “L’Arsenal è diventato il Tottenham”, capisci? Credimi, questa cosa mi ha dato molto fastidio».

SUL NAPOLI E LA LOTTA SCUDETTO CON L’INTER – «Due anni fantastici. L’Inter meritava di vincere. È una grande squadra e arrivava da una finale di Champions League. Si era anche rinforzata. È stata un’esperienza meravigliosa. Ha richiesto tantissime energie e non è stato facile. Per il Napoli, la Roma o la Lazio, andare in battaglia contro Inter, Juve e Milan non è una passeggiata. Quindi ho consumato molte energie. Ora sono in una fase in cui osservo».

SUL CALCIO E GLI ALLENATORI MODERNI – «Il calcio è in continua evoluzione e dobbiamo stare al passo con i tempi. Oggi tutti sono più coraggiosi. In passato, quando affrontavi City o Liverpool, il divario di qualità era enorme, quindi ti mettevi in un blocco medio e lasciavi a loro l’iniziativa. Oggi questo non accade più. C’è una direzione, c’è una visione. Arteta stabilisce la direzione, proprio come facevano Klopp e Guardiola. Secondo me l’allenatore deve essere al centro, deve essere importante. Se non sei contento, lo esoneri. L’allenatore deve fornire la direzione e la visione. Ha una propria filosofia calcistica. Non puoi avere due visioni differenti: da una parte il club e dall’altra l’allenatore. Se queste due visioni coincidono e riesci a trovare il giusto equilibrio, allora puoi crescere».

SUL COMO DI FABREGAS – «Guardate il Como. Cesc ha voce in capitolo nelle decisioni. Al PSG non hanno vinto la Champions League con Mbappé, Messi e Neymar. Parliamo dei migliori giocatori del mondo. Ma ti rendi conto che servono equilibrio e chimica. Non puoi semplicemente mettere insieme i migliori giocatori e aspettarti di vincere. Non funziona così».

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SUL PSG DI LUIS HENRIQUE – «Luis Enrique ha ottenuto grandi risultati, ma anche ciò che ha fatto il club è stato fondamentale: hanno sostenuto l’allenatore, cosa che non avevano fatto negli anni precedenti. Il presidente Nasser Al Khelaifi è sempre stato lì; Luis Campos, di fatto il direttore sportivo, c’era già. Luis Enrique è arrivato e ha detto: “Questo è quello che voglio fare”. Loro hanno sposato quella visione. Forse l’avevano già avuta in passato, ma non avevano avuto la determinazione per seguirla. Secondo me Luis Enrique ha fatto qualcosa di straordinario».

SULLA CANTERA DEL BARCELLONA – «Vedere questi ragazzi della Masia inserirsi con naturalezza a 18 anni in una squadra come il Barcellona, davanti a 100.000 persone, e giocare a calcio con questa facilità ti fa capire che dietro c’è un enorme lavoro quotidiano nel settore giovanile, che lavora in armonia con l’allenatore. Mi piacerebbe visitare la loro academy. Lì c’è una struttura. Una struttura perfettamente allineata con la prima squadra. Quest’anno stavo guardando una partita del Barcellona e ho sentito un nome che non avevo mai sentito prima: il terzino sinistro, il giovane Xavi Espart. Il telecronista di DAZN ha detto: “Questo ragazzo l’anno scorso ha giocato soltanto quattro spezzoni da dieci minuti…” qualcosa del genere, “…quest’anno volevano mandarlo in prestito”. E invece eccolo lì, titolare, con una naturalezza incredibile. Anthony Gordon era largo, lui si accentrava. Ha fornito un assist. Ha mostrato più personalità».

SULLA SUPERIORITA’ DELLA PREMIER LEAGUE – «In Inghilterra oggi usano i bazooka, mentre ovunque altro continuano a usare una pistola. Ma dobbiamo anche stare attenti a come vengono spesi i soldi. Per questo prima parlavamo dell’importanza di fare le valutazioni giuste, di avere una visione, perché puoi anche avere i soldi, ma devi spenderli bene».

SUI GRANDI CLUB – «Se vai in un club la cui storia parla da sola — una storia fatta di trofei, campionati e vittorie — puoi onorare quella storia in un solo modo: avendo l’ambizione di riportare quel club, se oggi non è dove dovrebbe essere, a lottare per quegli obiettivi. So perfettamente che ogni anno può vincere una sola squadra, ma devo portare nel cuore — e trasmettere nel cuore dei tifosi, dei miei giocatori e dei miei dirigenti — quella scintilla, quella speranza che ti fa dire: “Cazzo, possiamo vincere».

SUL RUOLO DELL’ALLENATORE IN UN GRANDE CLUB – «Se vai in un club la cui storia parla da sola — una storia fatta di trofei, campionati e vittorie — puoi onorare quella storia in un solo modo: avendo l’ambizione di riportare quel club, se oggi non è dove dovrebbe essere, a lottare per quegli obiettivi. So perfettamente che ogni anno può vincere una sola squadra, ma devo portare nel cuore — e trasmettere nel cuore dei tifosi, dei miei giocatori e dei miei dirigenti — quella scintilla, quella speranza che ti fa dire: “Cazzo, possiamo vincere. Anche quell’uno per cento. Ma deve essere un uno per cento che può diventare il 70, l’80 o persino il 100 per cento. Dipende da come lo trasmetti. L’allenatore è importante perché comunica quel messaggio ogni giorno. Ha rapporti quotidiani con tutti: con il suo staff, il massaggiatore, il magazziniere, il fisioterapista, il giardiniere. Tutte persone che devono essere coinvolte e sentirsi parte della spinta a fare la storia. E la storia la fai soltanto vincendo».

SUL SUO FUTURO – «Ci sono molti club che hanno in qualche modo perso di vista la propria storia. Mi piacerebbe andare in uno di questi club, rispolverare quella storia e farla tornare a brillare. Club dove c’è pressione, dove alla fine sai perfettamente che non ci vai semplicemente per partecipare, ma per competere».

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