
L’ex centrocampista dell’Inter Guarin si racconta senza filtri: dalla dipendenza che ha segnato gli anni milanesi ai pensieri più bui, fino alla voglia di ripartire e aiutare i giovani
Un passato difficile, segnato da una dipendenza che ha rischiato di distruggere la sua vita, e un presente nel quale sta provando a ritrovare la serenità. Fredy Guarin ha deciso di raccontare apertamente il proprio calvario in un’intervista concessa a La Gazzetta dello Sport, ripercorrendo gli anni trascorsi a Milano e le battaglie personali affrontate lontano dai riflettori.
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PAROLE – «Ho toccato il fondo, adesso sto risalendo. Mi sento meglio, inseguo la felicità. Racconto la mia esperienza ai più giovani così che possa aiutarli a non sbagliare».
L’ex centrocampista colombiano conserva comunque un legame speciale con l’Inter e con i suoi tifosi, nonostante il rammarico per non essere riuscito a esprimere tutto il proprio potenziale in nerazzurro.
«L’Inter mi è rimasta nel cuore, il mio sogno era tornare a San Siro e l’anno scorso l’ho realizzato. Anche i tifosi sono speciali. Dispiace non aver reso al massimo in nerazzurro. Sono sempre stato fedele, anche quando stavo per passare alla Juventus. Io non volevo andare via».
Un trasferimento alla Juventus avrebbe potuto cambiare il corso della sua carriera? E cosa sarebbe successo con Conte in panchina?
«Eh, sa, la vita è una sliding doors continua. So che Antonio mi voleva. Io alla fine sono rimasto all’Inter e va bene così. Avevo anche la possibilità di andare al Galatasaray da Mancini. Poi, in ogni caso, sono triste per come è andata a finire. Ho fallito tutti gli obiettivi, calcistici e personali. Ero completamente preso dall’alcol».
La dipendenza dall’alcol è stata la battaglia più dura della sua vita?
«Eccome. Io già quando giocavo bevevo e per me non era un discorso di socialità, ma una vera e propria ossessione. Bevevo da solo, ovunque: a casa, al ristorante, dopo gli allenamenti e dopo le partite. Il calcio per me era una valvola di sfogo, solamente in campo riuscivo a staccare. Poi tornavo a casa e mi ubriacavo da solo. Ero entrato in un loop da cui non riuscivo a uscire».
Nemmeno l’addio a Milano e all’Italia è bastato per lasciarsi alle spalle quel periodo?
«I dirigenti dissero ai miei procuratori di portarmi lontano da Milano e dall’Italia: ero diventato ingestibile. Purtroppo, però, anche quando sono andato via non è cambiato niente. Ho toccato il fondo. Ho una frase tatuata, l’ho scritta io stesso: ‘Ho paura della morte e del carcere’ e, senza saperlo, vivevo in un carcere da condannato a morte. Ho rischiato più volte di togliermi la vita, ero fuori controllo. La depressione e l’alcol sono due mostri che ti trascinano all’inferno».