
Venezia-Inter 0-2, vittoria sì ma non senza interrogativi: la scelta di insistere sugli esterni a piede invertito limita l’ampiezza, rallenta la manovra e riduce il numero di palloni giocabili per Thuram e Pio Esposito. E la gestione di Spence lascia più di un dubbio
Vincere è fondamentale, soprattutto quando la stagione entra nella fase in cui ogni partita può pesare sulla corsa agli obiettivi. L’Inter è uscita dal campo del Venezia con uno 0-2 prezioso, portando a casa il risultato. Eppure, dietro i tre punti, rimangono alcune questioni tattiche che Cristian Chivu dovrebbe affrontare con maggiore attenzione. Perché una squadra costruita per dominare, capace di schierare attaccanti come Marcus Thuram e Pio Esposito, non può permettersi di rinunciare sistematicamente a una delle armi più importanti del calcio: la capacità di attaccare le fasce e mettere palloni pericolosi in area.
LEGGI ANCHE: le ultimissime in casa Inter
Il problema riguarda soprattutto la gestione degli esterni e la tendenza a schierarli a piede invertito, una soluzione che può funzionare, ma che non dovrebbe trasformarsi in un dogma. Avere un mancino sulla destra o un destro sulla sinistra permette di accentrarsi, cercare la conclusione o favorire le combinazioni con i centrocampisti. Tuttavia, se questa scelta diventa sistematica, il rischio è quello di perdere naturalezza nell’ultimo passaggio, rallentare l’azione e rendere prevedibile lo sviluppo della manovra.
Contro il Venezia, alcune difficoltà dell’Inter sono sembrate andare proprio in questa direzione. La squadra ha faticato a trovare continuità nella costruzione offensiva e, quando ha avuto la possibilità di alzare il ritmo, non sempre è riuscita a trasformare il possesso in occasioni realmente incisive.
Non è un caso che lo stesso Chivu, nel postpartita, abbia sottolineato come la manovra fosse stata troppo lenta e come fosse mancato un maggiore utilizzo delle corsie esterne. Ma se l’obiettivo è allargare il gioco, perché continuare a privilegiare soluzioni che portano gli esterni ad accentrarsi?
Diouf, tanto movimento ma poca concretezza
Il discorso conduce inevitabilmente a Diouf, giocatore che possiede qualità interessanti e che può creare situazioni favorevoli grazie alle proprie caratteristiche. Il problema, però, è la continuità con cui riesce a trasformare le iniziative in qualcosa di concreto.
Diouf si muove, prova a saltare l’uomo e cerca di partecipare alla manovra, ma troppo spesso il suo contributo si esaurisce prima della giocata decisiva. Il passaggio determinante e la conclusione efficace restano gli aspetti sui quali deve crescere maggiormente. In altre parole, c’è movimento, ma non sempre c’è sostanza.
Non si tratta di bocciare il giocatore o di negarne i margini di miglioramento. Si tratta, piuttosto, di chiedersi se il suo impiego in determinate condizioni sia davvero la scelta migliore per le esigenze della squadra. Un esterno deve garantire imprevedibilità, ma anche profondità, capacità di arrivare sul fondo e precisione nel servire i compagni.
Quando queste caratteristiche non emergono con sufficiente frequenza, l’allenatore deve essere disposto a cambiare interpretazione tattica. Insistere sulla stessa soluzione non significa necessariamente darle fiducia: a volte significa semplicemente rinunciare ad alternative più funzionali.
Spence a destra, un’alternativa che merita considerazione
Ed è qui che entra in gioco Spence, il cui utilizzo continua a sollevare interrogativi. Perché non provare a sfruttarne maggiormente le caratteristiche sulla corsia destra, così da garantire ampiezza e una soluzione più naturale per arrivare al cross?
Non sempre l’esterno deve rientrare sul piede preferito per cercare la giocata individuale. A volte la scelta più efficace è molto più semplice: ricevere largo, puntare l’avversario, guadagnare il fondo e mettere il pallone in mezzo. È un calcio meno elaborato, forse, ma spesso tremendamente efficace quando in area ci sono attaccanti capaci di attaccare lo spazio e giocare sui cross.
Thuram ed Esposito, soprattutto quando vengono schierati insieme, hanno bisogno di rifornimenti. Possono dialogare, attaccare la profondità e lavorare sui palloni verticali, ma non possono inventare sempre tutto da soli. Se gli esterni convergono continuamente verso il centro, il rischio è quello di intasare gli spazi e togliere alla squadra una via d’uscita offensiva fondamentale.
L’ampiezza, infatti, non serve soltanto a crossare: costringe la difesa avversaria ad allargarsi, crea corridoi interni e permette ai centrocampisti di trovare linee di passaggio più pulite. Rinunciarvi significa facilitare il compito degli avversari.
Il cambio di Spence sulla sinistra: una scelta difficile da comprendere
Ancora più discutibile è stata la gestione del cambio che ha portato Spence in campo, accompagnata dalla modifica dell’assetto verso il 3-4-2-1. Invece di sfruttare il giocatore sulla corsia destra, Chivu lo ha collocato a sinistra, insieme a Dimarco, mantenendo Diouf sul versante opposto.
Il risultato è stato un assetto nel quale Spence e Diouf si sono ritrovati entrambi a piede invertito, mentre sulla sinistra la presenza di Dimarco aggiungeva un altro interprete con caratteristiche da sfruttare nella costruzione offensiva.
Una scelta che può avere una spiegazione nelle esigenze contingenti della partita, ma che lascia una domanda inevitabile: quale vantaggio concreto si voleva ottenere? Se l’intenzione era aumentare la spinta sulle fasce, sarebbe stato logico cercare una distribuzione dei compiti più complementare, anziché concentrare più giocatori in zone simili e rendere meno immediata la ricerca del fondo.
Il punto non è contestare ogni decisione dell’allenatore sulla base del risultato o di una singola partita. Chivu ha il diritto di sperimentare, correggere e cercare soluzioni nuove. Ma proprio perché l’Inter dispone di una rosa con caratteristiche differenti, la flessibilità dovrebbe essere un valore, non un ostacolo.
La vittoria non cancella i dubbi: Chivu deve trovare più equilibrio
Lo 0-2 di Venezia resta un risultato importante, ma non deve diventare un motivo per ignorare gli aspetti da migliorare. Una squadra ambiziosa deve saper vincere anche quando non brilla, ma deve soprattutto imparare dalle difficoltà che incontra.
Chivu ha individuato un problema: la lentezza della manovra e il ricorso insufficiente alle fasce. Adesso serve una risposta coerente sul piano tattico. Se si vuole giocare più larghi, occorre mettere gli esterni nelle condizioni di farlo davvero, senza costringerli sempre a rientrare e senza rinunciare a priori a soluzioni più dirette.
Diouf può crescere, Spence può rappresentare un’alternativa e gli esterni a piede invertito possono restare un’arma utile. Ma nessuna di queste opzioni dovrebbe essere applicata in maniera automatica.
La differenza, a certi livelli, la fanno proprio i dettagli: capire quando accentrarsi, quando cercare il fondo, quando crossare e quando cambiare interpreti. L’Inter ha vinto a Venezia, ma per continuare a convincere deve evitare di complicarsi la vita da sola. E il primo passo potrebbe essere proprio quello di restituire alle corsie esterne la loro funzione naturale, scegliendo gli uomini in base alla partita e non a un principio tattico da applicare a prescindere.