Francesco Bolzoni, ex centrocampista dell’Inter e attuale allenatore della Castellanzese in Serie D, ha analizzato in esclusiva per Internews24 la squadra di Cristian Chivu
Francesco Bolzoni, ex centrocampista dell’Inter e attuale tecnico della Castellanzese in Serie D, ha concesso un’intervista esclusiva ai microfoni di Internews24. Dalla prestazione offerta dai nerazzurri contro il Real Madrid alla crescita di Petar Sučić e Andy Diouf, passando per il valore del centrocampo interista e lo sviluppo dei giovani.
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Bolzoni ha ripercorso anche il proprio esordio in Champions League, spiegando perché la sua esperienza in nerazzurro non si sia trasformata in una lunga carriera a Milano. Spazio, infine, alla nuova vita da allenatore e agli insegnamenti ricevuti da tecnici come Roberto Mancini, José Mourinho, Antonio Conte, Giuseppe Iachini, Giuseppe Sannino e Michele Mignani.
Partirei dall’ultimo impegno dell’Inter di Chivu, ovvero la bellissima partita disputata in Champions League contro il Real Madrid. Rispetto alla prestazione dei nerazzurri, sei rimasto più deluso dai due errori individuali che hanno impedito alla squadra di ottenere un risultato positivo oppure dal fatto che una prova così convincente non abbia prodotto punti?
«È normale che, considerando la prestazione disputata dall’Inter, non portare a casa nemmeno un punto non sia piacevole. Gli errori individuali ci sono stati, anche se tutti i giocatori coinvolti hanno comunque disputato una gara importante. Secondo me, una prova del genere contro un Real Madrid così forte e maggiormente strutturato rispetto allo scorso anno trasmette fiducia e coraggio in vista dei prossimi impegni, sia in Champions League sia in campionato».
Due giocatori nerazzurri stanno brillando in questo avvio di stagione: Sučić e Diouf. Partendo da Sučić, ha mostrato tantissime qualità senza essere ancora diventato un centrocampista dominante. Da allenatore, su quale aspetto lavoreresti per consentirgli di compiere lo step definitivo?
«Sučić è un centrocampista a tutto campo ed è fortissimo nella gestione del pallone in qualsiasi posizione. Lavorerei soprattutto sugli ultimi venti metri, dove qualche volta rallenta la giocata oppure non è convinto se calciare in porta o servire un compagno. Sono scelte che Mkhitaryan o Zielinski compiono in maniera più naturale in questo momento. Per il resto, possiede caratteristiche fisiche e tecniche che possono permettergli di diventare un grande centrocampista nei prossimi anni».
Diouf, contrariamente alle aspettative, si sta imponendo come quinto ed è già uno dei migliori in Italia in quel ruolo. Anche contro il Real Madrid ha fornito una prestazione di altissimo livello. Andrebbe disciplinato maggiormente dal punto di vista tattico oppure questo potrebbe limitarne l’esuberanza?
«Sta dimostrando di poter interpretare molto bene quel ruolo. Ha una fisicità importante e anche una notevole facilità nel saltare l’uomo. Secondo me, Chivu gli chiede il minimo necessario durante la fase difensiva: rientrare nella propria posizione e aiutare a comporre la linea a cinque. L’Inter può permettersi di gestire anche un uomo più avanzato, considerando i centrocampisti a disposizione. In questo modo Diouf gode di maggiore libertà negli ultimi venticinque o trenta metri, dove in questo momento è devastante».
L’Inter possiede da anni numerosi palleggiatori, da Calhanoglu a Zielinski, passando per Mkhitaryan e Barella. Manca un centrocampista di maggiore impatto fisico, capace di garantire più filtro?
«Alcune squadre europee hanno un impatto fisico molto importante in mezzo al campo. Tolto questo aspetto, però, quello dell’Inter rimane uno dei tre o quattro centrocampi più forti d’Europa. Sinceramente, da allenatore, non so se cambierei qualcosa».
Spostiamoci sul tuo percorso all’Inter, durante il quale hai esordito giovanissimo in Champions League. Il Bolzoni diciottenne si rese immediatamente conto del peso di quel momento oppure ne comprese l’importanza solamente negli anni successivi?
«L’ho capito dopo, perché quell’esordio fu completamente inaspettato. Non avrei mai immaginato di entrare a diciotto anni, con l’Inter in dieci uomini contro undici e considerando i giocatori presenti in panchina. Soltanto successivamente mi sono reso conto di essere entrato in una partita davvero importante per il percorso in Champions di quella stagione».
«Ho fatto meno fatica a esordire in Champions League rispetto ad altre partite disputate nelle categorie inferiori. In quel momento hai il coraggio e la spensieratezza del giovane, oltre ad avere poche aspettative nei confronti di te stesso. Anche la società e chi ti osserva non pretendono troppo: per questo motivo diventa tutto un po’ più semplice».
Quell’esordio sembrava poter rappresentare l’inizio di una lunga carriera in nerazzurro, che invece non si è concretizzata. Quale fu la ragione principale: la mancanza di continuità, il contesto, la fiducia dell’allenatore oppure un insieme di fattori?
«Penso semplicemente di non essere stato un giocatore abbastanza completo e forte da poter costruire una carriera nell’Inter. La risposta, secondo me, è molto semplice. È vero che ho collezionato sette oppure otto presenze, alcune anche da titolare, ma durante la mia carriera non ho mai pensato di poter tornare all’Inter come giocatore importante».
«Non ero a quel livello. Forse, se fosse rimasto Roberto Mancini, l’allenatore che diede il via alla mia carriera, avrei avuto qualche occasione in più. Nella stagione successiva, con Mourinho, non giocai mai. Con Mancini avrei potuto aggiungere altre otto, nove o dieci presenze, ma credo che il livello dell’Inter non fosse il mio».
Mancini, anche da commissario tecnico della Nazionale, ha dimostrato di credere molto nei giovani. Negli ultimi anni sono nate anche le seconde squadre: possono aiutare a colmare il divario tra Primavera e Serie A oppure il prestito rimane lo strumento più formativo?
«Le seconde squadre aiutano sicuramente a ridurre un divario che in passato non era così ampio tra Primavera e prima squadra. Sono utili anche i prestiti, perché per alcuni giovani provenienti da realtà come Inter, Milan, Juventus o Roma la Serie C può risultare troppo stretta. In quei casi, un’esperienza in Serie B potrebbe rappresentare la soluzione migliore».
«Una cosa che, secondo me, non aiuta la crescita è spingere le società a schierare giovani che magari non sono ancora pronti. Un ragazzo, quando va in prestito, non deve avere il posto assicurato in virtù delle regole. Deve sapere di doversela giocare con tutti, giovani e calciatori più esperti. Bisogna crescere attraverso la competizione, senza norme che facilitino artificialmente la carriera».
Cristian Chivu è stato un tuo compagno di squadra. Avevi già intravisto in lui l’attitudine necessaria per diventare allenatore oppure il suo percorso ti ha sorpreso?
«Non è stata una sorpresa, penso per nessuno, perchè Chivu è un leader nato, un leader educato nello spogliatoio. Mai detto una parola fuori posto, una persona per me con grandi valori che nel calcio di oggi possono aiutare soprattutto i ragazzi più giovani a crescere e a dare il meglio».
Come te, Chivu ha maturato un’esperienza nel settore giovanile prima di approdare alla guida della prima squadra dell’Inter. Questo percorso può garantire una sensibilità maggiore nella gestione di talenti come Pio Esposito?
«Allenare in un settore giovanile aiuta molto a crescere, perché ci sono meno pressioni e il risultato riveste un’importanza inferiore. Puoi osservare contemporaneamente la tua evoluzione e quella dei ragazzi. Devi anche imparare a ragionare come i giovani di oggi».
«Quando passi alla prima squadra, ti ritrovi a gestire ragazzi di diciotto o vent’anni molto diversi da come eravamo noi alla stessa età. Le generazioni sono cambiate profondamente e un allenatore deve essere bravo ed empatico. Il lavoro nel settore giovanile aiuta moltissimo sotto questo aspetto».
Durante la tua carriera sei stato allenato da Mancini, Mourinho, Conte e Iachini. Che cosa hai preso da ciascuno di loro e che cosa hai invece scelto consapevolmente di non replicare?
«Ho cercato di prendere qualcosa da tutti. Di Conte mi è rimasta soprattutto la preparazione della partita, perché curava ogni dettaglio in una maniera pazzesca».
Hai un aneddoto sulla maniacalità di Conte durante gli allenamenti e nella preparazione delle partite?
«Provava persino le rimesse laterali, partendo dalla nostra area fino ad arrivare a quella avversaria. Potevamo ripeterne dieci per ciascuna fascia. Studiava anche dettagli della squadra avversaria che aveva individuato solamente lui durante la videoanalisi. Era davvero maniacale».
«Da Iachini e Sannino ho preso soprattutto la fase difensiva: erano fenomenali nella preparazione tattica di quell’aspetto. Nella gestione del gruppo, invece, ho imparato da Mourinho, che era fortissimo, e da Mancini, dotato di un grandissimo carisma».
«Ho avuto per sei mesi anche Mignani, quando ero fuori rosa a Bari. Nonostante quella situazione, sono rimasto molto legato al suo modo di fare e di allenare e continuo a prendere spunto da lui. Quello che non vorrei replicare, pensando anche ad altri allenatori avuti in carriera, è la mancanza di entusiasmo e di equilibrio emotivo a seconda di una vittoria o di una sconfitta. È un atteggiamento che non ho mai apprezzato».
Esiste un luogo comune secondo il quale Mourinho sarebbe più concentrato sulla gestione del gruppo che sulla preparazione tattica. È un falso mito oppure, nella tua esperienza, lavorava realmente di più sull’aspetto motivazionale?
«È vero: almeno durante l’esperienza all’Inter, dal punto di vista tattico faceva poco. Bisogna però ricordare che quella squadra aveva calciatori fatti e finiti, ai quali non serviva spiegare molto».
«Mourinho era straordinario sotto l’aspetto motivazionale. Diceva e faceva cose, anche attraverso il proprio staff, che riuscivano ad andare oltre la parte tattica. Era una capacità particolarmente utile nella gestione delle grandi squadre che ha allenato».
Chiudiamo con il settore giovanile e la Serie D. Esisteva un pregiudizio su questo mondo che hai abbandonato solamente dopo essere entrato a farne parte come allenatore?
«Alla Pro Patria ho trovato un responsabile del settore giovanile che ha compiuto un lavoro pazzesco. In due anni ha cambiato e sistemato tutto dal punto di vista logistico, dei materiali e degli allenatori. Mi sono trovato benissimo e sono convinto che alcuni ragazzi cresciuti durante quel biennio arriveranno almeno in Serie C».
«Ho lasciato perché vorrei provare ad allenare una prima squadra e confrontarmi con i grandi. Posso però parlare soltanto bene della gestione trovata alla Pro Patria. Ogni settore giovanile rappresenta una realtà a sé e deve essere affidato a persone che lo trattino con la stessa attenzione riservata alla propria casa, non a dirigenti interessati solamente a mostrare di ricoprire quel ruolo».
SI RINGRAZIA FRANCESCO BOLZONI PER LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA IN QUESTA INTERVISTA