Chivu a Dazn si confessa: ecco tutte le parole del tecnico
Hanno Detto

Chivu a Dazn si confessa a 360 gradi: «La squadra, la difesa di Bastoni, l’importanza della dirigenza e la cultura del calcio offensivo»

Chivu, l’allenatore nerazzurro si confessa ad Andrea Marinozzi in una lunga e intensa intervista esclusiva ai microfoni di Dazn

Lunga intervista concessa da Cristian Chivu, tecnico dell’Inter, ai microfoni di DAZN e di Andrea Marinozzi. Ecco di seguito, tutte le sue dichiarazioni.

SULLA FRASE “LA MIGLIORE VERSIONE DI NOI” – «L’ho ripetuta un paio di volte… Ci credo molto in questa frase. Direi che l’abbiamo mostrata, con alti e bassi, fa parte del percorso: però come status di quello che abbiamo cercato di trasmettere è sempre stata la miglior versione nostra. Poi la partita è una storia a parte, dipende da mille situazioni: l’avversario non propone mai quello che tu prepari, quindi bisogna accettare che ci sono insidie da superare. E le superi quando metti in campo la miglior versione tua in quel giorno mentalmente e fisico».

SULLA STAGIONE DELL’INTER – «Per me è stato un film meraviglioso a giochi fatti, duro perché mi sono trovato in una situazione con una certa responsabilità: un gruppo di giocatori già affermato e con un certo valore dimostrato negli ultimi 5-6 anni. E’ stato duro perché all’inizio ci sono incertezze e non sai come funzionano le cose: anche se ho avuto la fortuna di conoscere questi giocatori perché con la Primavera spesso andavamo ad Appiano. Un’idea dal punto di vista umano me l’ero fatta, però è stato bello perché mi hanno messo alla prova per tirare fuori anche da me stesso la miglior versione».

A VINCERE E’ STATO UN INTERISTA – «E’ un’emozione particolare che non ho mai perso negli anni: il bello dell’Inter è che quando arrivi e inizi a conoscere la storia e a vivere la società, ti rimane dentro per sempre perché ha un modo di fare che non ti togli più. Ho un grande riconoscimento per il mio passato per tutte le mie squadre, ma l’Inter è la parte più bella della mia carriera anche per la maturità raggiunta. Quando sono arrivato a Milano ho conosciuto mia moglie, ho due figlie nate a Milano: è speciale per me. E avere questa possibilità di allenare la squadra del cuore è bello e stressante perché non voglio deludere le aspettative e le persone che hanno creduto in me. E soprattutto i giocatori, che mi conoscevano da prima: probabilmente avevano dubbi dal punto di vista umano e tecnico, però ce l’abbiamo fatta insieme ed è un valore immenso. Vincere da allenatore è ancora più bello».

COSA HA PENSATO DOPO LA VITTORIA DELLO SCUDETTO – «E’ finita (ride, ndr). E’ sempre così nel calcio: vincere una partita è un sospiro di sollievo, perderla è un dramma perché ti viene in mento quello che hai sbagliato e cosa non ha funzionato e non ho trasmesso. Vincere è più facile: avevo speso già tanto in diverse esultanze durante la stagione, sono andato in campo e mi sono messo sulle ginocchia e ho messo quello che avevo dentro. Quell’esultanza della vittoria era la ciliegina sulla torta sulle mie emozioni senza perdere di vista il lavoro di tutti: sorridevo perché ero felice fosse finita nel miglior modo possibile, quello che un allenatore sogna. Ero felice per la mia famiglia, l’hanno vissuta con più tensione rispetto a me: ed è finita anche per i ragazzi, che hanno messo tutto».

SULLA SUA COMUNICAZIONE – «Non sono mai stato un amante delle interviste, anche perché spesso si cercano i titoli e ci sono cose che valgono di più. C’è una mancanza in questo periodo di certi valori dello sport: c’è tanta passione e tante cose che potrebbero essere fatte meglio per trasmettere qualcosa. Ma i social hanno fatto un salto di qualità dal punto di vista mediatico e l’impatto spesso trasmette valori che non hanno niente a che fare con la vita e le cose giuste. I giornalisti fanno la loro parte ed è giusto così: c’è una deontologia. Altre persone che hanno accesso al mondo social e hanno migliaia di followers dovrebbero mantenere un livello che non trasmetta solo odio, episodi a sfavore e critiche. C’è un bel lavoro da fare, si parla poco di calcio e più di episodi e polemiche: ma bisogna finirla dieci minuti dopo e guardare il bicchiere mezzo pieno, il lavoro e il percorso».

SUL GRUPPO E LE IDEE TRASMESSE – «Ogni volta che ho preparato qualcosa è finita male perché mi sono dimenticato qualcosa o mi sono perso dei passaggi… Io vado a sensazione, se ho un’idea di quello che voglio trasmettere, inizio ad evolverla senza parlare troppo perché so quando l’allenatore racconta cose che si perdono. Io non ho mai avuto la sensazione che questo gruppo fosse finito, ho sempre apprezzato il percorso dell’anno scorso e il coraggio avuto di provare a essere competitivi e cercare di vincere tutto. Poi a volte ci riesci e a volte meno: io ho sempre detto che non diventi un’ossessione perché creano aspettative e poi delusioni».

SUGLI STANDARD DELL’INTER – «Nell’Inter non esistono regole ma standard: e devono essere sempre alti. L’idea era quella di togliere l’io e pensare più a noi: bisogna rinunciare all’egoismo e pensare più al gruppo. Non è stato semplice perché ti trovi ad una settimana dopo una grande delusione: perdere una finale così, arrivare e trasmettere qualcosa è dura perché le parole le porta via il vento. Io ho spesso detto di cercare di dare tutto per trasmettere qualcosa: che avrei sempre detto la verità. Avevo bisogno di giocatori che volevano essere allenati e allenabili, che si mettessero a disposizione senza perdere di vista quanto fatto di buono».

SUL SETTORE GIOVANILE – «Ora è una generazione differente: a me il settore giovanile è servito per capire che quello che funzionava con noi, i vari discorsi motivazionali, oggi non funzionano più: bisogna adattarsi a loro e al mondo, bisogna avere sensibilità per capire come approcciarti al gruppo e a livello individuale. Ho imparato prima a parlare a livello calcistico: ho fatto tutto da solo, ci ho messo sei anni… Io non mi accontento mai, sono aperto a tutto: l’orizzonte è largo, ho tante cose da imparare. Io ho imparato di uscire dalla comfort zone, non accetto e non credo mai che una cosa è quella giusta e si deve fare: mi sono sempre messo alla prova andando a volte contro i miei pensieri e situazioni che potevano creare problemi se non avessi rispettato certi codici».

SUL SUO METODO – «Ho fatto a modo mio con coraggio, ci vuole qualcosa di nuovo che toglie la routine e dà stimoli: e le scelte su giorni liberi prima delle partite e non fare i ritiri sono state prese in base alla pancia. Anch’io volevo uscire dalle solite cose e dai luoghi comuni: poi quando vinci è tutto più semplice perché le tue scelte ti danno ragione. Non sono state semplici: quando ho tolto il ritiro pre-gara in casa ho visto un po’ di diffidenza da alcuni giocatori. Invece qualche mese dopo ho chiesto se preferissero venire in ritiro e mi hanno risposto che preferivano stare a casa. All’inizio c’erano dubbi, poi è diventata un’abitudine e vuol dire che sei entrato bene e bisogna evolversi».

SULLA VITA DA ALLENATORE – «Da allenatore cerchi sempre di portare la squadra al completo con tutte le soluzioni e la preparazione alla partita: a volte togliendo la rifinitura, un allenamento o far saltare un ritiro in cui tutti pensano che si fa gruppo e la testa inizia a visualizzare la partita… La generazione è cambiata, hanno una capacità di adattarsi alla partita in dieci minuti in spogliatoio: a me ha stupito ma l’avevo scoperto nel settore giovanile. All’inizio mi sono anche arrabbiato, sentivo musica alta e vedevo gente ancora col telefono in mano in spogliatoio: invece ho capito che hanno questa capacità di switch in cinque minuti. A me ha spaventato, ma mi ha fatto capire che bisogna adattarsi a loro. Funziona così».

SE E’ RIUSCITO A RIPOSARSI DURANTE LA STAGIONE – «No, però è stato bello: per me dormire 5-6 ore basta, almeno credevo. Il problema è quando entri a giocare ogni tre giorni: è dura perché finisce una partita ma non hai tempo di pensare a niente perché dopo 72 ore ne hai un’altra. Una sera mi sono addormentato a vedere una partita e mia figlia è entrata in camera bussando alla porta: mi sono spaventato perché pensavo di essere in un albergo con la squadra e che ero in ritardo a una riunione o a un pranzo. Non è semplice ma è bello: ti tiene vivo, nel bene e nel male è sempre la prossima quella che conta».

SUL CASO BASTONI E LA SUA STRATEGIA – «Innanzitutto l’ho difeso. Per me la cosa più importante era quella per tutto quello che vedevo e sentivo dopo la partita. Io mi prendo mezz’ora prima delle interviste in cui pulisco le mie idee e capisco cosa voglio trasmettere: quella lì era una serata particolare per quello che avevo detto il giorno prima e l’accaduto. Era capitata la peggior situazione che un allenatore può affrontare soprattutto dopo le mie parole del giorno prima. Ho dovuto scegliere: non perché lui aveva bisogno di essere difeso, ma perché quello che si era generato andava in una direzione che non mi stava bene. Attaccavano un giocatore: erano partiti da una simulazione e sono arrivati a tirare fuori l’esultanza. Lui non aveva colpe per la simulazione, è colpa di un protocollo VAR che non poteva intervenire: poi io continuo a dire che Kalulu la mano la allunga verso di lui».

LEGGI ANCHE: Le ultimissime di casa Inter

SUL TANTO DISCUSSO FALLO DI KALULU – «Il tocco è leggerissimo, ma dovevo dire quello che vedevo. A me non piaceva che tanti ex giocatori non riuscivano a mettere in mezzo le emozioni di una partita, di un Inter-Juve, l’atto emotivo portato a livelli altissimi. E ogni dettaglio fa la differenza. Io ero arrabbiato perché il mio giocatore era messo in piazza per tirargli i sassi, cosa che è successa anche dopo e continua ancora. Ale è un ragazzo intelligente, forse tra i più intelligenti che ho incontrato nel calcio: ha un’intelligenza a parte che rispecchia la sua persona e l’uomo. Ma il campo è un’altra cosa, aveva capito l’importanza della partita: poi ha dovuto subire una gogna mediatica senza precedenti. Lo devo dire, non ho mai visto una cosa del genere. Non è stato semplice da gestire, quello che ho scelto io è di schierarmi dalla parte del giocatore, della mia squadra, di quello che rappresento, avevo capito che certi valori che voglio trasmettere in questo mondo è meglio che li lascio perdere e inizio a pensare a quello che voglio dai miei e pensare ai nostri obiettivi».

SULLE TANTE CRITICHE RICEVUTE – «Ad un certo punto devi accettare che è un mondo speciale e che ti devi adattare altrimenti ti mangiano i lupi. Non volevo perdere la credibilità e la stima dei miei giocatori, alla fine quello che conta sono loro, che mi guardano, mi ascoltano e cercano di darmi quello che chiedo. Il messaggio ricevuto da Ale Bastoni la mattina dopo vale più di ogni cosa nel mondo, non lo posso raccontare ma ho cercato di confortarlo, di dargli fiducia e quello che conta è la stima dei compagni. Nascondere determinate cose non è semplice, noi come staff avevamo capito che era un momento non facile, un episodio negativo non viene mai da solo, arriva una valanga di cose che succedono, ha avuto anche l’infortunio nel derby, poi è andato in Nazionale e anche lì è successo quello che è successo».

SUL MOMENTO VISSUTO DA BASTONI – «Quello che conta è che ci ha messo la faccia, è più facile scappare e mettersi da parte, dire “non sto bene”, aspettare il tempo che passa per rimettersi in gioco e invece lui no. Sono convinto e lo so per certo che tutta la squadra ha apprezzato quello che lui ha dato nonostante il periodo. Veramente è andato in Nazionale con le stampelle, con noi non riusciva a poggiare il piede per terra. La faccia ce l’ha messa, si è messo a disposizione del gruppo, poi c’è la scelta di un allenatore che decide che lui deve giocare. La cosa bella è che hanno sempre saputo trovare la parola giusta, il gesto giusto nei confronti di un ragazzo in difficoltà, Ale ha sentito l’affetto e la riconoscenza e l’amore dei suoi compagni».

SULLA PRESSIONE ALTA E L’AGGRESSIVITA’ DELLA SQUADRA – «È una cosa che volevamo aggiungere alle qualità di questo gruppo. Era una cosa che si poteva fare, l’avevamo già mostrato prima di novembre col Como, col tempo poi l’abbiamo perso perché subentra l’effetto di giocare ogni 3 giorni. Ci tenevo a farla, convincerli che ci sono più possibilità quando si va ad aggredire gli avversari così da trovare un blocco difensivo non pronto perché pensano alla costruzione del gioco».

SUI CENTROCAMPISTI DELL’INTER – «I nostri centrocampisti sono tre numeri 10, chiedere a Zielinski di andare a duello e avere il coraggio di prendere magari una botta non è semplice ma ho avuto la disponibilità loro fin da subito. Io voglio dominare le partite, con o senza palla. Tutti sanno come si gioca ma nessuno sa l’impatto che arriva nei duelli. La chiave è non accontentarsi mai, ci sono momenti in cui abbiamo speculato e abbiamo perso partite».

SUL PRESSING FINO AL PORTIERE COME NELLA PARTITA CONTRO IL COMO – «Un 3 contro 2 in 50 metri sono sempre favoriti loro. L’avevano fatto nel passato, abbiamo visto qualche filmato di una squadra tedesca che è stata la prima ad usufruire di questa uscita. 2 giocatori in costruzione più il portiere e tutti gli altri a centrocampo sfruttando che non c’è il fuorigioco sulla rimessa dal fondo. E’ un 3 contro 2 a campo aperto: come facciamo a togliere questo perché sono sempre favoriti? Butez è un altro numero 10. Abbiamo detto “pressiamo il portiere. E’ stata una cosa discussa e poi si va. Male che vada poi loro avrebbero dovuto lanciarla lunga, bisogna poi mettere i giocatori rimasti a difendere in condizione in cui uno deve difenderne due, bisogna trovare la posizione giusta e vincere quel duello in caso di palla lunga. L’importante è come pressi, è chi fa la pressione, devi scegliere anche quello ma si sono divertiti. Quando abbiamo provato in allenamento, nessuno mi ha detto “eh mister, siamo in uno in meno”. Hanno detto che era la mentalità che volevano avere sin da subito e si va senza vedere i fantasmi e accettare il fatto che fa parte del gioco, poi ho detto che la responsabilità è mia».

C’E’ TROPPA PRUDENZA IN SERIE A? – «Per me sì. Un po’ di colpe le avete anche voi giornalisti perché usate luoghi comuni, parlate di organizzazione che conta, l’Italia è più conservativa e non accetta il caos, piacciono cose fatte con rigorosità, con la perfezione dei piccoli dettagli ed è giusto. Tanti altri paesi hanno imparato dall’Italia, come era il blocco basso, il catenaccio, le transizioni con intensità ma loro hanno aggiunto qualcosa in più. Il giusto mix è lasciarsi andare un po’ di più, accettare il fatto che si può sbagliare, che si può perdere un duello, si parla di PSG-Bayern, dipende come la guardi».

SUL CALCIO OFFENSIVO – «Per uno che è ossessionato dalla difesa e dagli errori dice che non si può giocare così, a chi piace il calcio del settore giovanile è un amante di quelle partite perché ci sono duelli, c’è il valore individuale, un difensore magari vince 8 duelli su 10 ma c’è il rischio che in quei 2 duelli persi puoi prendere gol. Ad un certo punto era 5-2 per il PSG, la capacità del Bayern di fregarsene del fatto di aver preso 5 gol hanno continuato allo stesso modo senza dire che l’allenatore ha fatto questo gioco e si è messo in difficoltà da soli, poteva stare sereni perdendo 3-2 pensando al ritorno, questo è la mentalità in Italia, rimango in partita e vediamo come succede. Invece loro hanno detto “abbiamo preso gol, andiamo a farne un altro».

SULLA CULTURA DEL CALCIO OFFENSIVO – «Non è facile, subentra anche una cultura di un giocatore che ha anni anni alle spalle. Ho fatto il settore giovanile, per me un 3-3 valeva molto di più di 1-0 e l’ho sempre detto. Non sono qua a far vedere che la squadra deve avere la miglior difesa o il miglior attacco ma siamo qua per far crescere i giovani a livello individuale, dargli un futuro, dare mentalità vincente senza che ci sia un allenatore che dica cosa fare. Un’idea dell’allenatore che hai oggi può essere completamente diversa da quella del prossimo allenatore, un giocatore può andare in confusione».

SULLO STAFF E LA DIRIGENZA – «E’ importante per me ma anche per la gestione quotidiana del gruppo. Mi confronto spesso con loro, ascolto molto, a volte nei miei silenzi con loro do la possibilità a loro di esprimere le loro idee, quello che vedono e annusano. Mi aiutano, mi danno una percezione diversa e spesso loro non sanno i miei discorsi individuali con i giocatori, mi aiutano a mettermi qualche dubbio in più per come gestire una giornata o la preparazione di una partita, senza perdere la mia sensibilità dei giocatori e per il collettivo, è importante far sentire tutti importanti».

SULL’IMPORTANZA DELLA DIRIGENZA – «L’organizzazione a livello societario è ben nota, le figure sono importanti ma quello che conta è la parte umana. Per me l’Inter è sempre stata brava a trovare le persone giuste che mettono il know-how acquisito in carriera nel calcio per metterlo a disposizione del gruppo, per far migliorare la squadra e la società. Per un allenatore è molto più semplice, se ci sono problemi sai a chi rivolgerti, se ci sono delle situazioni sai che, nel bene o nel male, un po’ di tempo in più ce l’hai nonostante lo scetticismo dei risultati. A volte c’è bisogno di un intervento forte, di gente che ci mette la faccia. La società ha incaricato me a fare delle scelte, a tappare le cose che non funzionavano ma mi sono preso volentieri questa responsabilità, sono un uomo di verità, dico quello che penso sempre, non faccio solo il pompiere ma anche il muratore visto che è stato detto che mettevo mattoni per costruire qualcosa che possa durare a lungo».

COME MIGLIORARE QUESTA SQUADRA? – «Questa squadra ha margini importanti di miglioramento. Per me era una stagione importante per acquisire qualche certezza e la fiducia persa l’anno scorso. Quando perdi è facile perdere autostima, tutti parlavano di rivoluzione, di ciclo finito. Non ho mai avuto questa percezione. Ci sono punti interrogativi su qualcosa che potrebbe non funzionare quando si vince, non quando si perde. Quando si perde, il campione trova sempre qualcosa dentro, dal punto di vista dell’orgoglio e della cultura del lavoro, per rialzarsi. Abbiamo vinto Scudetto e Coppa Italia, è tanto ma può essere anche poco, dipende dal punto di vista. Siamo stati criticati per l’uscita dalla Champions, giustamente».

SULL’AMBIZIONE – «L’ambizione sappiamo tutti qual è, vogliamo arrivare in fondo ad ogni competizione ma non deve diventare un’ossessione. Ad inizio anno andavo in giro per Milano e mi dicevano “mi raccomando”, ora si parla nuovamente di Champions, Triplete. Ecco, piano. Non dobbiamo avere ossessioni, dobbiamo essere la miglior versione nostra, c’è da aggiungere qualcosa ancora. Spesso la gente mi chiede se mi sono reso conto cos’ho fatto, no: è difficile da spiegare ma è normalità all’Inter. Si vince, si alza il trofeo e si esulta, ma poi finisce tutto perché il peggio deve arrivare: questa è l’Inter, con grandi obiettivi ancora da raggiungere. E i nostri giocatori questo lo sanno, speriamo di trovare gli ingredienti che servono per un stagione degna e competitiva».

SUO PADRE – «Come uomo non sono arrivato ancora al suo livello, c’è ancora tanta strada che devo fare. Mi è rimasto qualche debito, qualche mancanza per quello che sono diventato io rispetto a quello che avrei voluto, l’avrei voluto nel mio percorso. Da giovane mi immaginavo una conversazione con l’uomo e con l’allenatore, non ho mai avuto questo onore, anche oggi sento questa mancanza, spesso rivolgo a lui i miei pensieri, immagino cosa avrebbe fatto lui. A 17 anni ero immaturo, un ragazzino, non comprendi quello che è tuo padre, poi cresci e capisci determinate scelte. Ho superato questa cosa trovando intelligenza emotiva con me stesso, lui era molto severo e rigido ma, discutendo con lui, ho imparato a fare autocritica, non mi sono mai accontentato di niente e mi sono sempre messo a pensare cosa mi avrebbe detto però mi manca, mi manca una figura importante, è stato un modello per me, mi rivedo in lui perché non riesco a staccare quando torno a casa, con mia moglie o con mia figlia. Cercano di raccontare qualcosa ma penso sempre a Barella, Calhanoglu, Lautaro. Mi dispiace, perché vedevo mio padre all’epoca col taccuino, noi gli parlavamo e lui non ci ascoltava. Da padre e marito, dovrei imparare a staccare un po’, devo dedicare un’ora della mia vita, quando torno a casa, a loro perché se lo meritano e hanno bisogno di me. Questo è il mio obiettivo per l’anno prossimo oltre a tutto il resto, diventare una persona migliore, un marito migliore, un padre migliore. Dal 18 febbraio 2025 ad oggi spesso sono stato assente».

LA PLAYLIST DELLE NOSTRE TOP NEWS

×