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Sensi alla Gazzetta dello Sport: «L’Inter è stata un traguardo incredibile, a Barcellona il momento più bello»

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Sensi, ex centrocampista dell’Inter, ha ricordato i suoi anni trascorsi nel club nerazzurro: le sue dichiarazioni alla Gazzetta dello Sport

Stefano Sensi ha rilasciato una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, raccontando la sua rinascita a Cipro e i momenti più intensi vissuti a Milano.

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CIPRO – «Sto bene e mi diverto, ne avevo veramente bisogno. Gioco 90 minuti a partita, fisicamente sono al top e ho fatto amicizia con tanti ciprioti. E poi il pubblico è caldissimo, mentre l’allenatore è… Camoranesi. È arrivato qui a stagione in corso. Non lo conoscevo: ho scoperto una bella persona e un grande tecnico. Dopo mesi trascorsi parlando soltanto in inglese, grazie a lui ho rispolverato l’italiano».

SE MI MANCA L’ITALIA? – «In questo momento no, sto facendo esattamente l’esperienza che desideravo. Mi trovo bene perché vivo a Larnaca, la città più tranquilla dell’isola. Sono un tipo tranquillo, non sento il bisogno di fare festa. Certo, arrivare qui dopo sette anni a Milano è stato strano».

COSA RAPPRESENTA PER ME L’ESPERIENZA ALL’INTER? – «Un ricordo bellissimo, un traguardo che mi ha reso orgoglioso. Penso ancora al giorno in cui mi comprarono: ero in vacanza a Formentera e il mio procuratore, a sorpresa, mi telefonò per farmi parlare con Ausilio. Le gambe mi tremavano e già sapevo che nel mio paesino tutti sarebbero stati fieri di me».

L’INIZIO SUPER IN NERAZZURRI CON 3 GOL E 4 ASSIST NELLE PRIME 6 PARTITE – «Il primo mese è stato incredibile, ma lì per lì non capivo cosa stesse accadendo. Vai al campo, giochi, scherzi coi compagni, torni a casa e ti dedichi alla famiglia: il tempo vola. Se ripenso a come giocai in Champions contro il Barcellona, però, mi vengono i brividi. Sono cresciuto guardando Xavi e Iniesta, ho dato spettacolo nel loro Camp Nou. È stato il momento più bello della mia carriera».

DOPO QUELLA PARTITA BARCELLONA E CITY MI TENNERO D’OCCHIO, AVREI POTUTO GIOCARE PER CLUB DI QUEL LIVELLO? – «Sì, sicuramente. Se certe squadre ti seguono è perché hanno visto in te qualcosa di importante. Poi è successo quello che è successo e va bene, non ci posso fare nulla».

GLI INFORTUNI – «Giocavamo contro la Juve, mi feci male all’adduttore. Sembrava un infortunio come gli altri, in effetti era così. Però subito dopo ho avuto un altro problema, poi un altro e un altro ancora. Una situazione surreale, proseguita per un anno e mezzo. È così che i brutti pensieri prendono il sopravvento».

VOLEVO DAVVERO SMETTERE DI GIOCARE? – «Sì, ma mia moglie mi ha convinto ad andare avanti e a non gettare la spugna. Tornassi indietro, avrei cercato subito un mental coach: tre anni fa ne ho trovato uno e oggi non posso farne a meno. Pensateci: ti fai male svariate volte, torni ad allenarti e hai sempre paura di un nuovo infortunio. Oppure succede il contrario, spingi troppo perché vuoi tornare al top e magari rimedi uno strappo. Serve il giusto equilibrio. I mental coach sono importanti, però i calciatori devono abituarsi a fidarsi di loro».

MANCINI MI VOLEVA IN NAZIONALE PER L’EUROPEO – «Gli devo tantissimo. La Nazionale non è per tutti ma Mancini mi ha convocato quando ero ancora al Sassuolo. Mi schierò titolare al posto di Jorginho, sentivo la sua fiducia. Purtroppo, mi infortunai durante l’ultima giornata di campionato, però il ct mi disse di andare comunque a Coverciano per provare a unirmi al gruppo. Non sono riuscito a recuperare e non ho vinto l’Europeo. Eppure, proprio in quel momento, sono riuscito a svoltare».

COME HO SVOLTATO? – «Stavo parlando della mia situazione con alcuni amici e sentii nominare ‘Il punto vincente’, il libro in cui Djokovic spiega quanto ha sofferto e come è riuscito a risolvere i suoi problemi fisici. L’ho comprato e, leggendolo, mi sono rivisto in lui e ho cominciato a imitarlo. Mangiavo solo cibi senza glutine e lattosio, evitavo gli zuccheri. Nel giro di poco tempo mi sono sentito in forma e, in effetti, gli infortuni sono diventati molto meno frequenti».

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