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Marotta a tutto tondo: «Il nuovo stadio, le idee di Oaktree, il mercato e… il mio metodo. Vi svelo tutto»

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Marotta, intervistato nel nuovo format di Dazn, ha parlato di svariati temi: dallo stadio al mercato fino al settore giovanile

Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, è stato l’ospite d’apertura di «Voci in campo», il nuovo format targato DAZN. Il numero uno del club di viale della Liberazione ha affrontato i temi più caldi che orbitano intorno al mondo nerazzurro, ribadendo la centralità della programmazione societaria per mantenere la squadra di Cristian Chivu ai vertici del calcio nazionale e internazionale. Ma non solo. Ecco, di seguito, tutte le sue dichiarazioni.

Sulla tortuosa strada per il nuovo stadio: «Mi immagino già il nuovo stadio. Finalmente siamo riusciti ad aprire il varco. Sarà una strada tortuosa perché in Italia non è facile agire con questa burocrazia ostruzionistica, però abbiamo intrapreso con ottimismo questa nuova era. Questo porterà ad avere la nostra nuova casa. Un mese e mezzo fa abbiamo rogitato: è stato un percorso molto difficile. Devo dire grazie alla tenacia di Catherine Ralph che, con Paolo Scaroni, è riuscita ad arrivare a questo rogito e a questa acquisizione».

Su come sarà il nuovo stadio: «Posso dire che sarà uno stadio moderno. Risponderà ai criteri sicurezza e standard. Non ci sarà, ecco, il manto erboso non sarà mobile come quello di Madrid, sarà invece fisso, ma ormai devo anche dire che la tecnologia moderna porta il fatto che il manto erboso viene sostituito con una facilità, nel giro di un giorno si passa da un vecchio manto a uno nuovo che rispecchia quelli che sono poi i crismi dell’idoneità e della qualità».

Sui perché delle difficoltà sul nuovo stadio: «Innanzitutto perché dal punto di vista politico devo purtroppo evidenziare come negli ultimi vent’anni non ci sia stato proprio una presa di posizione che mirava a sviluppare questa parte dello sport nazionale e quindi oggi fortunatamente grazie alla presenza di un ministero dello sport e grazie a un ministro come Andrea Bodi c’è disponibilità e la dimostrazione è nell’aver nominato un commissario ad hoc per gli stadi, che è il professor Dottor Sessa, quindi è evidente che si comincia a capire quanto le strutture possono incidere non solo nell’ambito sociale ma anche nell’economia stessa dei singoli club dello sport in generale e le difficoltà nascono dal fatto, a mio giudizio, che certe strutture devono essere considerate di chiaro interesse nazionale e quindi accanto al ministero dello sport ci dovrebbe essere il ministero delle infrastrutture, in questo caso il ministero di Matteo Salvini perché quando parliamo di opere come quella del nuovo San Siro che avrà un investimento diciamo grossomodo intorno a 1,6-1,7 miliardi è evidente che non solo in termini di valore aggiunto, di indotto che può generare ma soprattutto come dicevo in termini economici sicuramente è rilevante nell’economia anche del Paese».

Sulle emozioni di San Siro: «La prima volta che sono entrato a San Siro ho avuto la fortuna di vedere una finale di Coppa dei Campioni che era maggio 1965, fu un Inter Benfica e quindi quello fu il mio impatto con la realtà di San Siro, non si può dimenticare perché ricordo che era una giornata piovosa, un gol fortunato grazie alla papera del portiere avversario, un terreno di gioco molto allentato, una radiocronaca poi sentita più volte di Sandro Ciotti. Sicuramente è un momento della mia vita che non posso dimenticare come anche altri come quello della seconda stella nell’aprile del 2024 con la vittoria in casa del Milan per 2-1 o la vittoria con l’Udinese nella gestione contra del primo Scudetto».

Sulle differenze con gli altri campionati: «Negli ultimi 20 anni sono stati creati in Europa circa 250 stadi nuovi di cui solo 6 ristrutturati o creati, due per esempio quello di Udine e quello dell’Atalanta in Italia. Quindi questo la dice lunga su come noi abbiamo considerato quello che invece è il cuore essenziale di ogni club. Noi siamo fanalino di coda perché sia Milan che Inter riescono a realizzare come ricavi in una stagione normale circa 80 milioni cada uno. Dall’altra parte già in Spagna abbiamo il Real Madrid o il Barcellona che arrivano già sui 250-300 milioni e l’obiettivo del nuovo stadio di Madrid è quello di superare nettamente il mezzo miliardo. Con il nuovo stadio pensiamo di raddoppiare gli introiti dalle attività di matchday».

Sul mercato in Italia: «Siamo in un’Italia di grande involuzione. All’inizio del 2000 il player trading lo conoscevamo solo per attrarre giocatori. Ora le plusvalenze sono voci rilevanti. Sarà una voce caratteristica: bisogna essere lungimiranti. Spazio a fantasia e creatività dei manager».

Sui cimeli di questi anni: «Alcuni ricordi si sono concretizzati in qualcosa di tangibile che mi rimane in casa o soprattutto nel mio ufficio. Per esempio, ricordo di aver preso e ho conservato quella specie di zolletta di campo in occasione dell’ultima partita Inter-Udinese che ha suggellato la vittoria del primo scudetto mio con l’Inter. Quello è un ricordo che nella bacheca di ricordi ha una parte importante, perché sinceramente non avrei immaginato di arrivare all’Inter e vincere così facilmente e velocemente un titolo, fare delle finali e poi vincere ancora altri titoli in così breve un lasso di tempo».

Sui meriti di Oaktree: «Oggi in Italia mancano centri di allenamento. Grazie alla lungimiranza di Oaktree che su nostra esigenza ha deciso di investire non 70 ma 100 milioni. Noi abbiamo già iniziato i lavori di rinnovamento e ristrutturazione delle due nostre strutture. Proprio perché le strutture sono parte importante per la crescita del talento. E’ normale perché se tu giochi su un campo di patate difficilmente puoi accettare dal punto di vista didattico degli insegnamenti del tuo allenatore, tipo se tu devi stoppare la palla su un campo che è gibboso evidentemente non ce la fai».

Sul “Modello Marotta”: «Il modello Marotta è semplicissimo ma purtroppo non viene spesso attuato perché si immagina che nel mondo del calcio tutto sia facile. Diceva il precursore dei manager italiani, che si chiamava Italo Allodi che tra l’altro è stato anche all’Inter, ed è andato da Juventus quindi ha fatto il percorso inverso rispetto al mio, diceva negli anni 80 che l’unico mondo dove, con tutto rispetto, un muratore può diventare architetto il giorno dopo, è il mondo del calcio perché si pensa che uno compra una società di calcio e si dice ma tanto di calcio sappiamo tutti e vai, invece non è così perché invece ci vuole competenza, molta competenza, non si può avere successo nell’impresa calcistica se non si affida a manager che siano competenti. Noi siamo all’avanguardia: tanto per fare un esempio, nell’area psicologica e medica noi abbiamo fatto un accordo con la società del professor Ceccarelli che accompagna e segue un tennista, un campione, come Sinner. Non si allena solo il corpo ma si allena anche la mente. La competenza è il primo valore che secondo me le proprietà anche di calcio devono rispettare».

Sul colpo di mercato più importante: «Quello storico porta il nome di Pogba che noi abbiamo, grazie allo staff che avevo a disposizione all’avvento, i miei colleghi, i miei collaboratori, preso dal Manchester United a zero, si sono svincolati e eravamo stati bravi nel prenderlo e ve li ho casualmente rivenduto proprio loro dopo 2-3 anni a 115 milioni. Quella cifra rappresenta qualcosa di storico, di unico che secondo me non è ripetibile».

Sui metodi per le trattative: «C’è un metodo di trattativa che una volta si diceva di attuare, che era quello di quando devi vendere a un giocatore è meglio venderlo la sera, a cena perché c’è un clima un pochino più sobrio, magari un bicchiere di vino in più per chi lo deve comprare, mentre quando lo compri è meglio venderlo la mattina. Queste erano le leggi dei vecchi direttori sportivi. Quindi per vendere vino e per comprare cappuccio, una cosa del genere».

Sui social: «Il fenomeno del social probabilmente noi lo stiamo ancora subendo, non abbiamo capito bene quali sono i vantaggi e gli svantaggi. E’ esploso così rapidamente e non riusciamo a demarcare i limiti e leggerne contenuti, è chiaro che io per esempio non sono un social ma guardo e non lo sono per una forma di difesa, di educativo ci trovi poco e questo è un monito anche per i nostri ragazzi, che devono imparare a diventare i giovani del domani. Sui social probabilmente si impara poco, quantomeno si può migliorare ma c’è questa parte che dico ancora un po’ nebulosa, non c’è una, parlo proprio in termini di legislazione o appunto di vista normativo, la tutela e il rispetto delle persone».

Sulla gestione del settore giovanile: «Noi abbiamo circa 400 tesserati che vanno dai 7 anni ai 18 anni e qui subentra chiaramente un atto di coscienza, di responsabilità che poi è una missione quello di creare uomini e donne del domani, non solo sportivi perché è evidente che la selezione è molto molto rigida e su 700 che arriveranno a fare professionisti o professioniste sono solo una decina, una ventina, tutto il resto deve essere poi considerato come una componente che va ed entra nella nuova società. Noi dobbiamo cercare di indirizzarli dal punto di vista didattico, è un mio obiettivo quello di immaginare e pensare quale può essere il futuro dei giocatori, dei ragazzi o delle ragazze che oggi fanno parte del settore giovanile e che non diventeranno calciatori o calciatrici. Questo è un obiettivo che ho e che devo cercare di realizzare in questi anni perché ripeto è una missione educativa di responsabilità che dobbiamo assolvere tanto quanto vincere i partiti e vincere i trofei».

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