Hanno Detto
Paganin ricorda: «Il mio ginocchio nella storia dei derby dell’Inter, vi dico chi può decidere la sfida di domani. Akanji, che colpo!»

L’ex difensore nerazzurro, Massimo Paganin, ha voluto dire la sua in vista del derby di Milano di domani sera tra l’Inter e il Milan
Intervistato dalla Gazzetta dello Sport in vista di Inter Milan, l’ex difensore nerazzurro Massimo Paganin ricorda anche i derby vissuti da lui in campo.
IL MIO GOL DI GINOCCHIO – «Inter-Milan 1-1, 29 ottobre 1995, l’esempio che in un derby la palla la devi spingere in qualunque modo. Ma ci tengo a dire che lo schema da corner lo avevamo provato. Esecuzione perfetta, blocchi studiati: guardate Ince, un fratello per me, che fa muro su Desailly. Quel momento è diventato storia, sotto la nostra curva con San Siro che esplode».
ERA PURE LA RETE N. 400 IN UN DERBY DI CAMPIONATO – «Coincidenza fortunata che rende ancora più speciale il ricordo. Era anche il secondo dei tre gol che ho segnato in A, di sicuro il più prestigioso, ma non il più bello: in un Brescia-Cagliari 1992-93 ho segnato dalla distanza, ma nessuno ha visto perché c’era lo sciopero Tv. In quel derby, invece, Savicevic pareggiò la mia ginocchiata con un sinistro favoloso».
QUANTO È STATO IMPORTANTE L’ALTRO MANCINO, QUELLO CHE BATTEVA IL CORNER DA CUI È NATO TUTTO? – «Assistere a un calcio da fermo di Roberto Carlos era una esperienza mistica. Lo dico davvero. Lui e Maldini sono stati i terzini più forti al mondo, ma il brasiliano era qualcosa che, dal vivo, non avevo mai visto prima. Il suo angolo così tagliato è stato decisivo, ma nei derby sono stato utile anche in difesa…».
IN CHE MODO? – «Stagione successiva, gioca in casa il Milan e altro 1-1 con gol di Baggio e rigore di Djorkaeff. Boban salta Pagliuca e tira a porta vuota, io mi lancio alla disperata e salvo sulla linea. Mi ricordo Boban alla fine dire: “Non mi aspettavo Paganin arrivasse fin lì…”».
COME ERANO LE SFIDE DI QUEGLI ANNI? – «Bisogna ammettere che il Milan di allora era tecnicamente più forte, costruito meglio, ma Moratti stava lavorando per far crescere l’Inter. Nel derby, però, si azzera tutto: si parte 50 e 50, vince chi mette più cuore. Tra interisti e milanisti c’è sempre stato rispetto in campo, ma dentro ce le suonavamo di brutto, come giusto che sia».
CHI SENTIVA IL DERBY PIÙ DEGLI ALTRI? – «Chi veniva dal vivaio, chi aveva iniziato a giocare questa partita da bambino. Penso allo Zio Bergomi, a Ferri, a Zenga. Ma se devo fare un nome su tutti, dico Nicola Berti: ci pensava tutta la settimana, non stava nella pelle, non parlava d’altro. Però, riusciva a trasmetterti la sua stessa voglia».
IO RIMASTO LEGATO ALL’INTER – «Sono contentissimo quando mi dicono “sei famoso perché Ronaldo ha segnato il primo gol in Serie A contro di te”. In fondo, sono stato testimone di un altro momento storico del nostro campionato in quel Bologna-Inter. Possiamo dire che non sono stato l’unico a essere stato dribblato dal brasiliano in quella stagione?».
C’È UN PAGANIN NELLA DIFESA INTERISTA DI OGGI? – «Purtroppo sono ere imparagonabili. Nel nostro periodo nessuno ci chiedeva di giocare la palla come ora, non eravamo allenati per quello. Forse mi somiglia Acerbi per certe caratteristiche di marcatore ma, se dovessi fare un nome, direi Akanji: è un centrale fisico, sempre presente, dà solidità e tranquillità. Che colpo ha fatto l’Inter con lui».
L’IMPATTO DI CHIVU – «Sono sincero: non pensavo potesse fare subito così bene. Gli mancava un percorso da allenatore, ma ha compensato con personalità enorme, idee chiare e grande onestà: quello che dice ai giocatori è quello che poi dice fuori. Ha rimesso a posto la testa di una squadra che veniva da un complicato finale della stagione precedente. Tatticamente, poi, ha cambiato poco: ha provato il 3-4-2-1 durante il Mondiale per club, poi è tornato al 3-5-2 e la squadra viaggia quasi in automatico. I nuovi stanno pesando: Bonny ed Esposito hanno portato gol, Sucic ha dato equilibrio a centrocampo, Akanji ha completato il reparto difensivo. Diciamo che questa Inter arriva al derby con le giuste certezze».
NELL’INTER CHI PUÒ DECIDERLA? – «Sarò banale, ma l’Inter di oggi ha il volto di Lautaro. È il simbolo, la bandiera, l’esempio, quello che incarna fame e identità. È oggi quello che nella mia epoca sono stati, tra gli altri, Bergomi, Berti o Zanetti. Penso, comunque, che il derby lo vinci solo quando reggi l’urto emotivo. E non c’è epoca che tenga: ogni volta sarà una storia nuova, ma uguale a prima».

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